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Estratti dal libro (Italian only)
Introduzione al progetto
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Spesso molti anni devono passare prima che l'orecchio sia maturo per una determinata storia. Gli uomini -come i nostri genitori e in genere tutto ciò che amiamo e temiamo- devono morire perché si possano comprendere giustamente.
(F. Kafka - ricordo di G. Janouch 1920-24)
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“Dopo avere rinnovato la casa che mi diede mia nonna Tosca a piano terra in via Guerrazzi 21 e dopo aver ristrutturato la stalla-fienile a Samoggia, Località la Pieve presso Savigno, ho pensato che potrei essere seppellito nel cimitero dietro casa, giusto dopo la chiesa.
E il funerale?
Io che non ho il dono della fede, vorrei una stanza con tanti lampadari, come certe moschee, come certe chiese ortodosse o certi saloncini da ballo; con delle stoffe rosa, del tono cipria, come le ortensie della casa di Pavana”
Flavio Favelli, Gennaio 2006
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In nome e per conto del comune di Bologna, concessionario della Sala del Pantheon nel Cimitero della Certosa di Bologna, vista la positiva valutazione tecnica del progetto “Sala d'attesa” dell'artista Flavio Favelli del settore lavori pubblici rilascia regolare licenza per l'attestamento della stessa. I lavori si concluderanno entro l'estate del 2008.
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Si sentiva da tempo la necessità di arredare meglio il Pantheon alla Certosa di Bologna, uno spazio che meritoriamente fu restaurato oltre dieci anni fa per accogliere i riti funebri dei cittadini che non
appartengono ad alcuna confessione religiosa, ma che giustamente è disponibile anche per i fedeli che intendano preparare il rito con un momento di meditazione.
A Flavio Favelli è toccato il compito difficile di creare un ambiente che sappia unire le persone, consolarle, favorire la riflessione e il ricordo. Confidiamo che ai bolognesi piaccia il suo lavoro.
(Sergio Gaetano Cofferati, Sindaco di Bologna)
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Questo progetto, che si è voluto battezzare semplicemente Sala d’attesa, ha come profonda ambizione la trasformazione, grazie all'arte contemporanea, del nostro prestigioso Pantheon, che è in un certo senso il cuore del cimitero della Certosa, in un luogo di raccoglimento e riflessione per quanto possibile sereno, dove tutti coloro che lo desiderino per sé e per i propri congiunti possano celebrare laicamente o secondo i propri riti religiosi la cerimonia dell’addio in uno spazio di umanità e poesia.
(Francesco Amante, Presidente Associazione Amici della Galleria d'Arte Moderna di Bologna)
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È come se Favelli avesse lavorato mettendo fuori registro, o fuori fuoco, la realtà: uno spazio lussuoso, ma composto di tanti elementi vecchi; un effetto di solennità ma insieme la sensazione
di qualcosa di dimesso; colori caldi per un senso di freddezza; specchi con geometrie improbabili.
È come se la realtà avesse subìto uno slittamento: un modo, secondo me straordinario, per fotografare l’istante che viene dopo la morte ma che è ancora vita, un suo slittamento appunto, l’ultimo purtroppo; per dare la percezione che è successo qualcosa su cui meditare.
(Mauro Felicori, Direttore del Settore Cultura e Rapporti con l’Università del Comune di Bologna)
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Questo luogo per la sua forma circolare, da Agorà, e per la scelta compiuta da Favelli, dà un’idea di assemblea: un luogo d’incontro di anime, prende corpo una piccola città spirituale che si raduna in una piazza per riaffermare la sua vitalità, pur in un momento triste come quello del ricordo.
L’opera di Favelli ci riconduce ad una religiosità laica, quella che deriva dall’etimo “religio” che si riferisce allo stare insieme e quindi esprime una forma di religiosità non mediata, ma immediata e partecipata.
(Lorenzo Sassoli de Bianchi, Presidente della Istituzione Galleria d’Arte Moderna di Bologna)
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Credo che fin dall’inizio dei lavori questa esperienza nella Certosa di Bologna abbia insegnato un po’ a tutti ad allontanare il disagio che si prova di solito entrando in cimitero; e credo anche che questo sarà da oggi luogo forse, sì, sempre un po’ triste, ma certamente non più solitario o abbandonato, anzi quantomai vicino alla realtà di noi vivi.
(Flavio Gardini, Architetto)
Testi critici (Italian only)
La morte secondo Favelli prescinde il sentimento religioso quale ritorno alla vita in unione con Dio e la disconosce in quanto chiusura di un ciclo. È forse più foscoliana! Il nuovo strato epiteliale che
ricopre integralmente l’ambiente si articola secondo le logiche di un doppio confronto.
Lo specchio offre pura ambiguità all’ambiente; un elemento totalmente assente nella liturgia cristiana, necessariamente inteso come ingannevole e incapace di porre qualsiasi interrogazione sacra al di fuori della figura umana. In questo caso riflette non solo chi entra e lo pone direttamente in relazione alla morte, ma riflette anche le luci che sovrastano la parte centrale dell’aula. E così facendo suggerisce il miraggio di un’uscita in una simmetria speculare di scelta solo apparente. Il dialogo intimo è in questo caso tra Tu che entri e Tu che esci. Tra l’osservatore e la sua immagine riflessa oltre il feretro, nella luce amplificata dallo specchio, in quanto memento mori.
Il Chi, il Quando, il Perché, il Come, nel paradosso e nell’ovvietà della Morte. Si è proiettati verso il futuro conservando l’antico e cercando di trattenere un’eredità.
Al centro, punto focale, illuminato dai lampadari l’incontro ideale di questo dialogo, al di sopra di un pavimento in marmo che definisce una temperatura emotiva fredda; segna un sopra e un sotto;
e ribadisce l’opposizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
(Milovan Farronato, Direttore artistico di Viafarini, Milano)
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‘assemblare’ (ma sarebbe perfetto un qualsiasi altro verbo che possa rendere l'idea di una pratica che si adatta perfettamente alle esigenze di un artista che, trafficando di continuo nella memoria e nelle proprie ossessioni, predilige, in definitiva, ‘l'esercizio delle libere associazioni’).
Pare emergere per frammenti il ricordo di una lingua perduta che chi guarda i suoi oggetti ha come l'impressione di aver posseduto. ‘I balconi in ferro disadorno, terrazzini sottili, esili che danno la vertigine, le ringhiere di ruggine. Le ciotole smaltate, gli intonaci rosa, il bosso verde scuro. (...) le pietraie e le ginestre. E i pianciti di graniglia, i muretti fra le ortensie bianche e rosa, un rosa cenere come certi intonaci.’ Poi le case di villeggiatura, quelle più dimesse, ai piedi delle dorsali appenniniche, le case cantonali, le fredde sale d'aspetto di uffici e di alcune vecchie stazioni ferroviarie, magari quelle secondarie. I mobili pesanti e ridondanti. E gli oggetti di consumo e un certo design di un tempo ormai remoto.
Sala d'attesa (...) è una specie di ‘mausoleo domestico’, un ‘luogo mentale praticabile’ in cui deporre storie e ricordi che possono essere condivisi ma non necessariamente rivelati, uno spazio in cui i confini tra pubblico e privato vanno in qualche modo sfumando.
(Davide Ferri, Curatore indipendente)
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Il non riconoscere un senso alla morte di questi anni significa non riuscire più a misurarsi con una frattura che traccia, per chi resta, l’inizio di un nuovo percorso da intraprendere, e per chi non c’è più, la possibilità di esistere attraverso il ricordo e la malinconia.
‘Non è una melanconia compatta e opaca (…) ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose’ per Flavio Favelli, come per Italo Calvino, l’addio è una forma disegnata della nostra malinconia, un pulviscolo di atomi-oggetti che si disperdono e ricompongono in uno spazio, in un ambiente privato e al contempo pubblico, in un’esperienza individuale e collettiva. (...)
Un luogo per ‘diventare ciò che si è’ è tutta l’opera di Favelli, un luogo nel quale il pensiero e l’arte che lo accompagna si presentano come una forma di cura di sé e degli altri per raggiungere quella che i greci definivano eudaimonia che nell'etica antica corrisponde al bene supremo, quello che vale la pena perseguire per se stesso, quello stato di felicità che ha a che vedere con la nostra collocazione nel mondo.
(Lisa Parola, Giornalista e curatrice indipendente)
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Cos’è dunque l’attesa della fine se non un bizzarro cambiamento di stato, un equilibrio di forze che tendono in modo non equidistante tra la vita e la morte?
Emotivamente, una sospensione crudelmente sottoposta ai vivi, negli attimi di contemplazione e preghiera, quando, secondo Bergson, ‘tempo interiore’ e ‘tempo esteriore’ si fondono in
un unicum spazio-temporale. (...)
La dimensione ambientale si configura quindi come risultato di un’operazione di sottrazione semantica e di riattribuzione di senso, e le soluzioni formali e architettoniche riportano l’opera al ‘grado zero’, una sorta di struttura primaria dove privatezza e condivisione convivono efficacemente entro uno scheda sintattico dettato dall’artista. L’atteggiamento artistico di Flavio Favelli si iscrive storicamente, e tautologicamente, nella duplice affermazione delle potenzialità estetiche e concettuali della materia, ovvero come testimonianza di memoria e come trascrizione di un’immagine visiva in una struttura fisicamente attraversabile.
(Laura Barreca, Curatore Junior al PAN Palazzo delle Arti Napoli)
Biografia (Italian only)
Flavio Favelli (Firenze, 1967) vive e lavora a Savigno (Bologna).
Dopo la Laurea in Storia Orientale all'Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto in importanti spazi pubblici e privati in Italia e all’estero (tra i principali progetti personali: Galleria Sales a Roma 2008; Fondazione Maison Rouge, Parigi 2007; Fondazione Sandretto Re Rabaudengo, Torino 2007; Projectspace176, Londra 2005; Museo Pecci, Prato 2005; IIC, Los Angeles 2004; Galleria Maze, Torino, 2003; My home is my mind, Artinprogress,
Berlino, 2002. Mostre collettive: Italics, Palazzo Grassi a Venezia; XV Quadriennale di Roma; Elgiz Museum a Istanbul e Clandestini, 50° Biennale di Venezia, 2003). Realizza nel 2003 l'ambiente permanente Vestibolo alla Sede ANAS di Venezia.
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